“Casa è lontana, parte del sogno, ora c’è solo
sale e acqua. La stessa casa rievocata in ogni preghiera, ogni rinuncia, ogni
solitudine; il nido da cui sei dovuto partire e che così a lungo ti ha tarpato
le ali. Viaggiatore disperato alla ricerca di fortuna in altre Colonie; suburre
esiliate di ricche metropoli: Mirafiori sarà casa tua, Rudow sarà casa tua,
Saint Denis sarà casa tua. Il freddo busserà impaziente alla tua porta, ti
aspetterà ansioso sopra una panchina di un parchetto di periferia,
inconsciamente lo lascerai diventare il tuo migliore amico. Migliore amico, sì;
perché è difficile trovarne altri: i pochi che come te ce l’hanno fatta
(soprav)vivono in sei in un monolocale di enormi alveari urbani, schiacciati
contro i muri, avvelenati dal fetore rancido della muffa agli angoli delle
pareti, dalle blatte che corrono sotto il frigorifero vuoto e spento. Eppure
dovevi partire. Che senso hanno adesso i profumi della tua gioventù,
precocemente svaniti. Poco la memoria sa’ delle corse da bambino per le strade
della medina, a fatica rimembra l’odore del tajine di tua madre che empiva i
drappeggi della riad; delle tue mani che stringevano le sue mentre
passeggiavate sulle mura del porto di Essaouira, scrutando un mare piatto e
imperturbabile, che presto si sarebbe rivelato nelle sue vesti di spietata
freddezza. Eppure dovevi partire, ma un giorno forse tutto tornerà come in
principio, un sole benevolo celebrerà il tuo rientro e tingerà i muri dei
vicoli di un nitore ocra, l’Imam invocherà l’Ashura e pregherai, con la fronte
adagiata sul tappeto, rendendo grazie per ogni giorno, ogni ora, ogni attimo
passato nella tua Colonia; non sapendo più quale sia la differenza tra la casa
in cui sei nato e quella che ti ha cresciuto. Solo in quell’attimo, Madyouf,
capirai il valore della Colonia che ti ha istruito, adottato come una madre
ventenne ormai in ritardo per abortire”. Eppure
dovevi partire. Paradossalmente – ma nemmeno troppo per il momento storico in cui siamo
impantanati – ci troviamo a interrogarci sulle ragioni di partenze affrettate,
costrette; traversate verso orizzonti offuscati. In questo tremendo pantano
tendiamo ad accomodarci, rifugiandoci in prese di posizioni estreme, che
difficilmente potrebbero apparirci stabili se ci accorgessimo di aver
dimenticato cosa sia l’ignoto. Eppure
dovremmo partire; o almeno avremmo dovuto farlo. Saremmo dovuti essere
audaci al momento opportuno, più strafottenti rispetto alle aspettative di chi
ci ha educato, meno accondiscendenti verso quelle di chi ci amava. “Colonie”, l’ultimo brano di Lorenzo Cannavacciuolo, in arte Canntona,
parte proprio da questo assunto: la partenza come ricerca di consapevolezza,
realizzazione. “Non chiedo scusa, e non è irriconoscenza, Giuda è che
sono partito per ampliarmi la veduta”. Liriche taglienti, dense di
autoconsapevolezza, arricchite da un video di stampo cinematografico, realizzato
da Mattia Giaon. Elementi che un
genere virale come il rap sempre più spesso accantona, prediligendo un
approccio più immediato e povero di contenuti. “Colonie” ne racchiude diversi,
spingendo dolcemente l’ascoltatore ad una riflessione su un argomento
controverso. Il giovane artista di origini torinesi si serve, infatti, del tema
del viaggio per sviluppare il concetto cardine: l’appartenenza. All’interno del video essa assume diverse sfumature: è
narrata quella etnica, preziosa e preservata da una giovane coppia e,
successivamente, il sentimento di appartenenza condiviso dai membri di un
gruppo, e la loro rinuncia a partire. Personaggi apparentemente slegati, che
però si riscoprono accomunati da un medesimo luogo condiviso, rappresentato,
nel video, da una coppia di palazzoni gemelli, che infilzano violenti il grigio
cielo cittadino. In questo nulla di nuovo: la narrazione delle periferie è un
argomento caro al rap; luoghi isolati inaspettatamente fonte di meraviglie,
fautori di un forte spirito di rivalsa. “Colonie”, però, aggiunge un tassello
fondamentale: il brano, infatti, non narra di un rapporto statico, non si
limita al “quartieri come Colonie, come
colonne d’Ercole, come dolci condanne a non tagliare il cordone” recitato
nei primi versi. Approfondisce il rapporto con le stesse, come questa
innegabile attrazione magnetica possa divenire gabbia per alcuni e movente per
altri. “Rari progetti di fuga, è che lo stesso ritmo che ti culla ti
incide ogni ruga, ti annulla alla lunga” - “prendere distanza da ‘ste strade,
per tornare un giorno e viverle con più pathos”. Il racconto del
sentimento di appartenenza nei confronti di un luogo, le “Colonie”, assume forme
diverse di fronte alle scelte dei protagonisti, rimanendo, però, immutato nella
sua natura. Nell’arco dell’intero brano aleggia un’atmosfera malinconica, la
quale, però, viene assecondata solo nelle battute finali in cui Canntona finalmente si abbandona al richiamo di una serie di immagini che
finiscono a rincorrersi in una lista finale, con le mani del giovane narratore
che sembrano rovistare ansiosamente tra i ricordi. “La periferia che inghiotte,
cammini fino ai confini, fin quando non è più notte, noi stretti dentro i
giubbotti, accendila e buonanotte”. Solo nell’ultima parte del brano
l’artista sposta, infine, l’attenzione su di sé, divenendo il protagonista di
questa narrazione collettiva; ed è come se ogni concetto espresso nel brano si
condensi in una semplice, ma emozionante, presa di coscienza. Due versi, che
risuonano a metà tra un augurio e una promessa: “Perché sono figlio di
questo, dei suoi contrasti spinti plasmato da ‘ste Colonie, corone di spine ai
vinti”. Il simbolo della passione religiosa, del sacrificio di un
singolo, diventa emblema di una gloria collettiva, dell’orgoglio di poter
donare agli ultimi i loro giusti meriti. Di fronte ad una società che demonizza
le periferie, che acuisce le differenze, rendendole terreno di scontro, “Colonie”
è un manifesto controcorrente. Info: polimeno.stef@gmail.com - lorenzocannavacc@gmail.com
- @canntona_albtz - https://m.facebook.com/canntona.albtz
- http://bit.ly/Canntona-instagram - http://bit.ly/Canntona-Colonie
Nessun commento:
Posta un commento